Venuto al mondo, Margaret Mazzantini, Trama e recensione

Venuto al mondo è un romanzo di Margaret Mazzantini, pubblicato nel 2008. Il libro è incentrato sulla guerra in Bosnia-Erzegovina a inizi anni Novanta, e sul tema della maternità cercata e voluta ad ogni costo. La Mazzantini con questo libro vinse il Premio Campiello nel 2009.

Trama di Venuto al mondo

Il romanzo racconta la storia di un’amicizia e di un amore, dell’affetto che unisce Goiko, Gemma e Diego. Si conoscono a Sarajevo durante le Olimpiadi invernali in cui Gemma era alle prese con una tesi su Ivo Andrić, e durante il suo viaggio di studio, ad attenderla all’aeroporto c’era Goiko, poeta bosniaco, che le farà da guida mentre si divertirà a mostrarle le sue prodezze con lo yo – yo.

Gemma si lascia trascinare dal poeta matto che le mostra Sarajevo attraverso le sue crepe e le sue leggende: la fabbrica di tabacco di Marijin Dvor, la piccola moschea di Magribija passando per i vecchi bagni pubblici, lungo piccole scale odorose fino a piccionaie dai soffitti di legno dove rocciosi artisti scavavano tele  piene di tensione.

Ma l’ultima notte a Sarajevo, Goiko porta Gemma in un locale dove gli italiani ballano sui tavoli e con le bottiglie attaccate alle bocche per festeggiare la medaglia vinta. Qui conosce Diego, il fotografo di pozzanghere, che vive all’avventura.

Una scena del film venuto al mondo

Questi sono i primi ricordi di Gemma quando, sedici anni dopo aver preso un aereo umanitario per lasciare Sarajevo in pieno conflitto e con il figlio Pietro appena nato, Gojko riesce finalmente a rintracciarla e ad invitarla a vedere una mostra per ricordare l’assedio in cui ci sono anche le fotografie di Diego.

Gemma decide di ritornare a Sarajevo insieme al figlio Pietro, l’unica traccia che le è rimasta di Diego, per affrontare il doloroso passato e dare al figlio almeno un’idea del padre che non potrà mai conoscere.
All’aeroporto c’è sempre il suo Gojko ad attenderla.

Mi stringe senza incertezza, trattenendomi a sé come fossi un pacchetto di roba sua, poi mi pianta gli occhi sul viso. Fa un giro panoramico, le labbra, il mento, la fronte. Non se ne va dagli occhi.

Sarajevo ha le cicatrici della guerra. Nei vecchi vicoli di pietre fluviali ci sono i banchetti carichi di bossoli lucidati e schegge di granate venduti come souvenir per i turisti. Gli stessi bossoli che molto probabilmente Diego, divenuto corrispondente di guerra, aveva fotografato insieme a quei bambini disperati con la bocca spalancata dopo che i cecchini avevano mirato le loro madri.

Tom Stoddart, Sarajevo, 1992

Quando la guerra era diventata interminabile, Diego aveva incominciato a scattare foto senza la pellicola perché ormai, i giornali erano saturi di immagini di corpi tra le macerie. Non bastava più far sapere al mondo ciò che succedeva a Sarajevo per far fermare la guerra. Bisognava proteggere la vita, anche se era concepita dall’orrore del conflitto ideologico e germogliava nel ventre martoriato perché Diego, come quando era bambino, vedeva la cosa bella.

Sedici anni dopo, Gemma scava attraverso quella guerra che era anche la sua battaglia, il suo  doloroso e travagliato percorso verso la maternità e il cui oscuro concepimento, Diego lo tira fuori dalla Storia.

La verità è custodita nelle pieghe di quella guerra. Nella pellicola di quel rullino che Diego trascina per bruciarla nella luce.

Qui trovi l’estratto del libro!

Perché leggere Venuto al mondo di Margaret Mazzantini

Leggere Venuto al mondo ti permette di entrare in una guerra scoppiata per motivi ideologici in una Sarajevo che era considerata multiculturale, anticipando la cultura del nostro presente. Inoltre, questo romanzo, ti presenta dei personaggi meravigliosi.

Gojko e il suo spiccato senso dell’amicizia, la sua forza di vivere e di combattere nonostante l’assedio che dilania la sua città. Rimane impresso il suo umorismo, il suo essere buffo e la sua ospitalità; come quando si era trasferito in un antico palazzo fatiscente abitato da studenti universitari, aspiranti artisti e intellettuali in erba che quando vedevano le finestre illuminate della sua casa, sapevano che potevano salire.
Gemma e Diego andavano quasi tutte le sere in quella casa sospesa in alto, nel serraglio della città.

E forse lì trovammo quello che ci mancava, il calore umano di giovani visi che ci sorridevano, e il tempo… sì, il tempo, la vecchia abitudine bosniaca di fermare la vita per parlare, per stare.

Gojko è il ragazzo che ha sempre qualcosa da dire in gola ma, quando non ci riesce perché è ferito o triste, estrae dalla tasca della giacca un foglietto e ti risponde leggendo una sua poesia.

Gemma e il suo sentirsi incompatibile alla vita, il suo calvario verso la maternità voluta ad ogni costo. Il suo viaggio a Sarajevo su un aereo carico di viveri per seguire e non abbandonare i suoi affetti nell’orrore della guerra, il dolore di rimanere in una città che ormai durante la notte sembra una bocca guasta di costruzioni rose all’interno come denti divorati da una carie.

…I superstiti sono formiche che hanno seguito il destino della città per ostinata affezione e sono rimaste murate nella bara. Di notte resta solo il vento, che cala dalle montagne e si aggira come uno spirito  inquieto in questa bocca sdentata.

Ed è da questa bocca che il suo desiderio di diventare madre verrà risarcito con la nascita di Pietro. Solo

Una scena del film Venuto al mondo

sedici anni dopo, Gemma scopre la verità su suo figlio Pietro e sui sentimenti di Diego, e si chiede: dovrò dirlo tutto questo a Pietro?

Diego il ragazzo di Genova, che raggiunge Gemma a Roma con la sua sedia verde di quando era bambino, per regalargliela. Colpisce il suo modo di amare, la sua sensibilità e la sua determinazione. Infatti, durante l’assedio a Sarajevo, lascia il lavoro di fotografo pubblicitario per diventare corrispondente di guerra. Per lui e Gemma, la guerra era cominciata una sera mentre erano seduti sul loro nuovo divano a guardare la tv nella loro casa a Roma.

…La vediamo in televisione ogni sera, la guerra, questa è la vera novità. È vicina perché è a poche miglia di mare, è lontana perché ronza nello schermo tv.

Diego decide di partire per dare una risposta alla sua domanda: chissà com’è a quest’ora Sarajevo? E si fa carico di quel dolore che sente anche suo, così apparentemente lontano nelle foto dei quotidiani e invece, così vicino a noi; perché come scrive Ginevra Bompiani nel libro Piombo e Carta, storie dell’assedio di Sarajevo:

Multicultura è una parola di Sarajevo. Non l’avevamo mai tanto ascoltata, questa parola, finché Sarajevo non è salita alla nostra ribalta. Eppure la cultura di domani o sarà multiculturale o non sarà. O metterà a confronto popoli e culture diverse, lingue sconosciute, fedi incompatibili, abitudini inconciliabili, o si arenerà in quella povera cosa da noi affidata ai professori, gli assessori, i critici, i conservatori, i mercanti. …

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