Resteranno i canti, Franco Arminio. Recensione

Il poeta “paesologo”, come si definisce Franco Arminio, lo tenevo d’occhio da un po’, forse da più di un anno, perché le poesie della sua raccolta Cedi la strada agli alberi sovente capitavano sotto i miei occhi mentre scorrevo, a volte un po’ annoiata o un po’ incuriosita, la home di Facebook.
Ogni volta, leggere una sua poesia che mi era capitata così per caso mi faceva emozionare poiché mi trasmetteva in maniera diretta le bellezza delle sue parole. Da qui seguiva il desiderio di voler partecipare a un suo incontro letterario e così, per l’edizione del Salone Off 2018, in concomitanza con il Salone del libro di Torino, ho potuto incontrare Franco Arminio alla libreria Trebisonda per la presentazione di Resteranno i canti.

L’incontro ha inizio con le istruzioni di Franco Arminio per leggere, ma anche per non leggere, le poesie poiché la poesia non è una cosa che si può leggere a tutte le ore e per farlo è necessario che ci sia silenzio. Quando nella lettura di un libro, dopo due o tre righe non riusciamo ad andare avanti, dobbiamo “buttarlo” perché quel libro, in quel momento, non fa per noi.

Torino agli occhi di Franco Arminio

Torino ha ospitato diverse volte Franco Arminio nei suoi incontri letterari e l’impressione dell’autore è che in questa città gli capiti una cosa interessante: …c’è una leggera, sottile e appena accennata devozione verso chi scrive rispetto ad altre città. A Torino le persone prendono sul serio chi scrive, e anche in Sardegna, che tra l’altro aveva dei rapporti proprio con Torino. Forse un po’ anche in Sicilia, aggiunge.

Franco Arminio ci introduce Resteranno Canti parlandoci di un film che ha visto su Torino diretto da Ettore Scola, Trevico – Torino, Viaggio nel Fiat-Nam in cui si vede una città piena di operai, polverosa, grigia, non felice, erano gli anni del terrorismo.
Quando arrivi a Torino adesso, nella camminata delle persone, c’è una sottilissima andatura danzante. Si vedono tanti giovani…
E parlando appunto di Torino ci si addentra nelle poesie di Arminio con la lettura dell’epigrafe all’inizio del capitolo dedicato agli emigranti:

Manifesto del film Trevico-Torino di Ettore Scola

Nel 1961 arrivarono a Torino
più di ottantamila meridionali.
Poco si è scritto sui figli dei contadini
che diventarono operai.

Continuando con il tema dell’emigrazione, Arminio ci legge una poesia dove sono nominati alcuni paesi da cui è andata via più gente e che sono quindi ai primi posti delle classifiche dell’emigrazione.
Questa poesia è preceduta da un’altra poesia di un poeta calabrese abbastanza misconosciuto e che si chiama Franco Costabile, morto a Roma nel 1965, era un grande poeta... ma in quegli anni in Italia andava per la maggiore il Gruppo 63, Sanguineti, Eco.

Splende
la piazza
già tranquilla
di cielo
e di botteghe,
ma quei ragazzi
andati al Venezuela
hanno scritto la loro ombra
lungo i muri.
Franco Costabile

Con la lettura di questa poesia, si crea quasi inevitabilmente un parallelo con le vicissitudini dei nuovi migranti, e Franco Arminio rafforza questa vicinanza chiedendo a ognuno di noi chi fossimo e da dove veniamo perché ho notato che la gente ha voglia di dire di dov’è, c’è come un ritorno della geografia.

Franco Arminio durante l’incontro alla Trebisonda

Attraverso le risposte e i racconti del pubblico presente ci si rendeva conto del fatto che tutti quanti noi, chi più chi meno, ha affrontato a sua volta un viaggio alla ricerca di un orizzonte migliore affrontando le varie difficoltà che esso comporta, ma che è comunque una condizione naturale per l’essere umano quella di spostarsi poiché dotato di piedi e non radici.
La storia dell’umanità inizia con i piedi, per citare le parole dell’antropologo André Leroi – Gourhan, nel libro di Marco Aime, Cultura.

In base al luogo di provenienza delle persone, Arminio ha fatto leggere in dialetto alcune delle sue poesie.
In particolare, una poesia corale dal titolo Le cose che non ci sono più è stata letta con enfasi e coinvolgimento da un ragazzo siciliano il quale sembrava aver scritto proprio lui quei versi per il trasporto e la commozione durante la lettura.
Dopo essersi ripreso, il ragazzo ci ha spiegato, sempre con un certo trasporto interiore, di essere a Torino per motivi lavorativi, ma è molto legato alla sua terra d’origine e dal quale non può ritornare a vivere.

Poi si passa ai canti, ma perché Franco Arminio ci fa cantare a un incontro letterario? Ci si chiede.

Perché riprendere a cantare secondo Franco Arminio

Franco Arminio è cresciuto con i canti e ci tiene a raccontare che mio padre aveva un’osteria come mia nonna e mio bisnonno e da bambino vedevo le persone cantare, e mangiare era quasi un pretesto. Mangiavano e dopo un po’ cantavano tutti, fabbri, falegnami, muratori...

Bisaccia, foto di Arminio su Instagram

Mio fratello ha la stessa osteria, ma non canta più nessuno, questa è una cosa molto seria…
Per me il canto è una cosa molto importante,
si deve riprendere a cantare, nelle città, nei paesi, nelle famiglie, tutti i giorni e non a consumare il canto degli altri, prima c’era il canto dei mestieri… e il paese era tramato e tessuto di canti invece ora nei paesi c’è un tale silenzio che si sente il suono dei fili della corrente.

Il canto per Arminio è un modo per abbattere l’autismo corale che lui definisce come l’essere da soli anche tutti insieme.
E allora ci fa cantare Azzurro, La mia mama veul chi fila e Bella ciao tutti assieme mentre La vie en rose è cantata da una cantate di professione.

Prima di cantare però, Arminio ci avverte del fatto che se qualcuno ha la necessità di andare via deve dire il motivo per cui se ne va. Dopo aver riso a queste sue parole, ci dice che invece è una cosa seria e ci spiega il motivo.
Nei paesi arabi quando uno va via chiede scusa perché c’è il sentimento della comunità, andandosene la persona è come se togliesse un dente alla mascella. Uno può andare via, ma deve scusarsi.

La poesia è un modo per fare comunità (Arminio)

Arminio le chiama comunità provvisorie, come il nome del suo blog personale, che crea attraverso la poesia alla ricerca della lietezza (perduta?). Non sempre nei suoi incontri percepisce lietezza e afferma che viviamo un momento di grande solitudine, siamo sempre connessi, parliamo, chattiamo… e poi quando andiamo a dormire la sera ci si chiede, ma oggi che ho fatto?

Quando si va a un incontro con uno scrittore che ha scritto un libro, se questo si mette a testa bassa a leggere le poesie pensando che le poesie siano la soluzione, non c’è la soluzione, né nelle poesie, né nella politica…
Ci sono delle fantasie di soluzione a cui se noi crediamo per un attimo ce ne viene un attimo di bene, in attesa del bene successivo
che potrebbe essere domani.
E quindi prezioso avere tante persone insieme.
La poesia non deve avere la presunzione di essere una cosa elevata, una cosa per pochi, la poesia è uno dei tanti affanni che hanno le persone.
Il poeta è come il fornaio che si sveglia presto e fa il pane, il poeta impasta le parole. Il poeta è fratello del fornaio…
E quello che spero faccia questo libro, come quello precedente, è quello di dare alla poesia il senso di una stretta di mano e di parlare diretto
. Se voi andate a trovare un morente non è che gli dite: È del poeta il fin la meraviglia… (Giovan Battista Marino) gli stringete la mano, no?!

Quando si tengono d’occhio i poeti si scoprono e s’imparano tante cose di sé, degli altri e del mondo.
È l’incontro letterario tra i più belli a cui abbia partecipato per il modo in cui si è svolto, con il pubblico  attivo e dove Franco Arminio con Resteranno i canti dona molto di sé, e da cui è riuscito a prendere altrettanto dalle persone attorno.
Un’esperienza terapeutica, intensa ed emozionante.

Non me ne voglia Giovan Battista Marino, ma…

È del poeta il fin la stretta di mano e la meraviglia
(parlo de l’eccellente e non del goffo):
chi non sa far stupir, consolar o pensar, vada alla striglia!

2 thoughts on “Resteranno i canti, Franco Arminio. Recensione

  • 7 agosto 2018 at 19:33
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    Interessante articolo, che aggiunge sicuramente qualcosa a ciò che già si sapeva sull’autore. Altrettanto bella la chiosa scherzosa alle facezie poetiche di Marino.

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    • 8 agosto 2018 at 11:25
      Permalink

      Grazie, Maurizio 🙂

      Reply

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